Il Libretto di appunti di Leonardo da Vinci

Il Libretto di appunti di Leonardo da Vinci (codice Trivulziano 2162) è un manoscritto cartaceo di piccole dimensioni su cui l’artista schizzò, durante gli anni del primo soggiorno milanese (e precisamente intorno al 1487-1490), disegni raffiguranti studi di fisiognomica, bozzetti architettonici per il Duomo e altri edifici di Milano, schemi di strumenti meccanici e macchine belliche. Inoltre, su sette pagine del codice si scorgono anche disegni di Leonardo tracciati non a inchiostro, bensì a punta metallica, chiaramente visibili quando la pagina è illuminata con luce radente; in alcuni casi l’incisione fu poi ripassata a inchiostro da altra mano, che seguì solo in modo approssimato la traccia originaria. Peculiarità del codice Trivulziano è la presenza di lunghe liste di vocaboli, autografe di Leonardo, vergate nella sua caratteristica corsiva da destra verso sinistra. Queste liste documentano il tentativo dell’artista di arricchire il proprio patrimonio lessicale impadronendosi di termini derivati dal latino, per rivendicare la piena dignità scientifica del suo lavoro e accedere in modo più completo a scritti di umanisti e uomini di scienza. Dopo la morte dell’artista, il Libretto di appunti fu lasciato in eredità all’allievo Francesco Melzi. Insieme ad altri autografi del maestro, alla fine del XVI secolo entrò in possesso dello scultore Pompeo Leoni. Nel 1632 fu acquistato dal conte Galeazzo Arconati, che lo donò nel 1637 alla Biblioteca Ambrosiana, ma che lo riprese in seguito in cambio di un altro autografo vinciano, il manoscritto D. Le tracce del codice si perdono poi fino a metà del Settecento, quando entrò a far parte della ricca raccolta Trivulzio, a sua volta confluita nel 1935 nelle collezioni dell’Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana al Castello Sforzesco.

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